Logo du site
Calliope | Università di Corsica
La Divine Comédie  |

Texte et traduction

Extraits de la Commedia choisis et interprétés par A Ricuccata

 

INFERNO CANTO I : La selva oscura

 

Dante se perd dans la forêt obscure dont le souvenir l'épouvante encore. Mais la vue d'un rayon de soleil au sommet d'une colline le rassérène (1-18).

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura !

Tant'è amara che poco è più morte ;

ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,

dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,

tant'era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de' raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

 
INFERNO CANTO III : La città dolente

 

Guidé par Virgile, Dante arrive à l'entrée de l'Enfer, d'où nul ne revient et qu'il lui faudra traverser jusqu'au fond. Gravée sur la porte de la « cité de douleurs », une terrible inscription commande d'abandonner toute espérance (1-12). La barque de Charon vient alors charger sa cargaison d'âmes damnées pour leur faire traverser le Styx (82-87). Comme des oiseaux migrateurs, les âmes se regroupent sur le rivage (118-120).

 

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

« Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate »

Queste parole di colore oscuro

vid’io scritte al sommo d’una porta ;

per ch’io : « Maestro, il senso lor m’è duro »

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando : « Guai a voi, anime prave ! »

Non isperate mai veder lo cielo :

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

anche di qua nuova schiera s’auna.

 

INFERNO CANTO XIII : La pianta silvestra

 

Dans la forêt des suicidés, Dante rencontre Pier della Vigna changé en arbre, qui lui explique le châtiment réservé à ceux qui se sont donné la mort : leur âme, tombée au hasard, germe ici et devient une plante dont les Harpyes se nourrissent éternellement, et où leur corps sera pendu le jour du Jugement Dernier (94-108).

 

Quando si parte l'anima feroce

dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'è parte scelta ;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra :

l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch'alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Qui le trascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l'ombra sua molesta.

 

INFERNO CANTO XXVI : Ulisse

 

Tout au fond de l'Enfer, Dante rencontre Ulysse enveloppé dans la même flamme que le fourbe Diomède, et l'interroge sur les circonstances de sa mort (79-84). Ulysse raconte qu'après être revenu à Ithaque il est reparti en mer à l'aventure, franchissant les Colonnes d'Hercule avec des compagnons animés du désir de connaître « le monde inhabité » (103-120).

 

« O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete ; ma l'un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi ».

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov'Ercule segnò li suoi riguardi,

accio che l'uom più oltre non si metta :

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

« O frati », dissi « che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto oicciola virgilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente,

non vogliate negar l'esperienza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza :

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza ».

 

PURGATORIO CANTO I : L’ora mattutina
 

A peine sortis du centre de l'Enfer, Dante et Virgile arrivent sur la plage du Purgatoire au moment où le soleil se lève. Virgile lave les joues de Dante pour le purifier de lanoirceur infernale, puis le couronne d'une herbe magique qui repousse instantanément (115-136).

 

L'alba vinceva l'ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com'om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là 've la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l'erbetta sparte

soavemente 'l mio maestro pose :

ond'io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver' lui le guance lagrimose :

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l'inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

quivi mi cinse sì com'altrui piacque :

oh maraviglia ! ché qual elli scelse

l'umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l'avelse.

 

 

PURGATORIO CANTO II : L’amoroso canto

 

Sur la plage apparaissent les ombres des pénitents, et Dante reconnaît son ami musicien Casella, qu'il interroge (94-99). Il lui demande de chanter ses propres vers, et la chanson charme tous les assistants (106-117).

 

Ed elli a me : « Nessun m’è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m’ha negato esto passaggio ;

ché di giusto voler lo suo si face :

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

E io : « Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l’amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l’anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto! ».

Amor che ne la mente mi ragiona

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

ch’eran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

 

PURGATORIO CANTO XVII : Lento amore

 

En gravissant la montagne du Purgatoire, Dante reçoit de Virgile des leçons d'éthique et de science naturelle. Sur la corniche où sont punis les négligents, ceux dont l'amour du bien est trop lent, Virgile laisse entendre la nature tripartite de l'amour (124-139).

 

Questo triforme amor qua giù di sotto

si piange ; or vo’ che tu de l’altro intende,

che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l’animo, e disira ;

per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira

o a lui acquistar, questa cornice,

dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l’uom felice ;

non è felicità, non è la buona

essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,

di sovr’a noi si piange per tre cerchi ;

ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi.

 

PURGATORIO CANTO XX : Maladetta sie tu, antica lupa

 

Invectives contre l'insatiable désir de richesses, opposé à la pauvreté de Marie et de la crèche de la Nativité (10-24).

 

Maladetta sie tu, antica lupa,

che più che tutte l’altre bestie hai preda

per la tua fame sanza fine cupa !

O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di qua giù trasmutarsi,

quando verrà per cui questa disceda ?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia

pietosamente piangere e lagnarsi ;

e per ventura udi’ « Dolce Maria ! »

dinanzi a noi chiamar così nel pianto

come fa donna che in parturir sia ;

e seguitar : « Povera fosti tanto,

quanto veder si può per quello ospizio

dove sponesti il tuo portato santo ».

 

PURGATORIO CANTO XXXI : Beatrice

 

Au sommet du Purgatoire, Dante arrive au Paradis terrestre où Béatrice lui apparaît avec trois Nymphes « devenues au ciel des étoiles », qui l'exhortent à le regarder et à lui parler pour récompenser sa fidélité (124-138).

 

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,

quando vedea la cosa in sé star queta,

e ne l’idolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta

l’anima mia gustava di quel cibo

che, saziando di sé, di sé asseta,

sé dimostrando di più alto tribo

ne li atti, l’altre tre si fero avanti,

danzando al loro angelico caribo.

« Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi »,

era la sua canzone, « al tuo fedele

che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele

a lui la bocca tua, sì che discerna

la seconda bellezza che tu cele ».

 

 

PARADISO CANTO XXXIII : L’alto lume Misteri della Trinità e di l’Incarnazione di Dio

 

Le dernier chant du Paradis, qui s'ouvre sur une prière de Saint Bernard à la Vierge, s'achève sur la contemplation de l'unité cosmique. Après avoir traversé tous les cercles célestes, Dante dit l'indicible vision de la lumière divine, au moment où lui sont révélés en image les mystères de la Trinité et de l'Incarnation (97-145).

 

Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta ;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,

tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella

è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch'un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch'io mirava,

che tal è sempre qual s'era davante ;

ma per la vista che s'avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom' io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l'alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d'una contenenza ;

e l'un da l'altro come iri da iri

parea reflesso, e 'l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,

è tanto, che non basta a dicer `poco'.

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t'intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi !

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige :

per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond' elli indige,

tal era io a quella vista nova :

veder voleva come si convenne

l'imago al cerchio e come vi s'indova ;

ma non eran da ciò le proprie penne :

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa ;

ma già volgeva il mio disio e 'l velle,

sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

Page mise à jour le 19/02/2021 par BOURGEOIS BENJAMIN